Ma la bestia urla dentro.
mercoledì, 01 luglio 2009
L’accidia è quando hai voglia di fare tantissime cose ma non ne fai neanche una.
Non è una forma di colpevole indolenza, non è nemmeno un peccato capitale, è un peccato provinciale.
L’accidia in realtà non è pigrizia, è più una forma di densità energetica.
L’energia è troppa per la portata del tubo, e non riesce a uscire, a incanalarsi, a diventare flusso.
Allora se ne sta dentro e dopo un po’ marcisce.
Oppure esplode e si dissipa nell’aria.
Altre volte invece riesce a uscire, tutta insieme, riesce a trovare una via stabile.
Scende giù dal braccio fino alla mano fin sulla punta delle dita.
Quando scrivi al computer passa dall’analogico muscolare al digitale, e prende vita come una sequenza di 01.
Quando disegni si scarica tutta in punta di pennello, o di matita, trovando da sé la giusta forma.
Ecco, allora l’accidia diventa creatività.
Ho imparato negli anni che perché questa trasformazione avvenga l’accidia deve passare dallo stomaco, dalla pancia.
La pancia funziona come un filtro, contamina l’energia e la sporca, la rende umana, e al contempo la distilla trattenendo solo i principi nutritivi essenziali, come col cibo.
Riuscire a mandare l’energia nella pancia però non è cosa facile. Perché l’energia, essendo leggera e volatile, tende ad andare verso l’alto, verso il cervello. A trasformarsi in idea. Ma se diventa idea prima del passaggio nello stomaco rimane un’idea povera, slegata dal reale e quindi priva di umanità.
Prova.
Quando disegni col braccio, non usare il braccio, non usare il cervello.
Usa la pancia.
Quando scrivi non pensare alle parole giuste, buttale giù come vengono, sporche, grezze, anche che un po’ puzzano.
Le ripulirai poi.
O anche no.
In fondo un po’ di sporcizia genera più anticorpi.
Ti fa diventare più forte.
E c’è più verità nel sudore e nella merda che nel profumo di lillà.
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lunedì, 29 giugno 2009
Oggi ho pianto.
Non mi capitava da, uhm…
Da…
Uhm.
Non mi capitava da tanto.
E invece oggi ho quasi pianto, mi dicono.
Mi dicono, perché io non me lo ricordo bene.
Forse è che per me non ho pianto, in realtà. E’ solo che avevo una cosa importante da dire e non riuscivo a dirla e se ne stava lì come una specie di groppo e quando ho provato a farla uscire è venuto su anche il resto che ci stava dietro, come levare un cazzo di tappo.
Avete presente quando vomitate dopo una sbronza.
Con una mano siete appoggiati alla ruota di una macchina parcheggiata e con l’altra vi tenete su i capelli e vomitate e poi guardate a terra e vedete in mezzo alla birra dei pici al ragù. E pensate ma cazzo non mi ricordavo mica di avere mangiato i pici al ragù, quando li ho mangiati? Non mi ricordavo di averceli nello stomaco.
Ecco io ce li avevo tutti lì nello stomaco, invece. E non lo sapevo.
E quando ho cominciato a parlare ho sentito come una specie di onda, ma una cosa molto molto più grande di me, incontrollabile, infatti ho cercato di controllarla ma non ce l’ho fatta.
E allora son venuti su anche tutti i pici, tutti insieme.
E non ero neanche sbronzo.
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venerdì, 26 giugno 2009

Faccio tutto ciò che posso perché il mio amore non ti disturbi

ti guardo di nascosto

ti sorrido quando non mi vedi.

E giusto per non destare sospetti

qualche volta

ti prendo a calci in bocca.

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lunedì, 02 febbraio 2009
Non zuccherate?
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sabato, 31 gennaio 2009

Prendimi.

Sul serio.

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venerdì, 30 gennaio 2009
Quando incontri qualcuno che ti piace davvero ti dimentichi di essere un egoista e il passato smette di perseguitarti.
E' come nascere in quel momento e tutto quello che fai, tutto quello che vedi, ha un sapore diverso.
Quando incontri qualcuno che ti piace davvero smetti di sentirti una nullità e ti viene voglia di essere una persona migliore.
Quando incontri qualcuno che ti piace davvero pensi che tutto sarà diverso.
Quando incontri qualcuno che ti piace davvero diventi un’altro.
La tua donna ama un altro.
Ti sei tradito con te stesso.
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giovedì, 29 gennaio 2009
Parlando con un amico, gli dicevo che le persone sono come i mattoncini del tetris.
Dipende da come si incastrano.
E se un mattoncino rosso si innamora di un mattoncino giallo, sono, perdonate il francesismo, abbastanza cazzi.
Il mattoncino rosso si innamora del mattoncino giallo proprio perché è diverso da lui, e intepreta il suo essere giallo come una risorsa,  non come una differenza.
Inevitabilmente, arriverà il giorno in cui il mattoncino rosso accuserà il giallo di avere torto, che è tutta colpa sua.
E’ tutta colpa tua, perché sei giallo.
Ci sono amori che naufragano nell’indifferenza e altri che si nutrono di differenze.
 
Innamorarsi è un’intuizione. E’ una specie di visione. Questa è la ragione per la quale mi trovo sempre in difficoltà quando mi si chiede perché io ami qualcuno. Come se si potesse amare una persona per le sue qualità, o per degli attributi particolari. Ti amo perché sei intelligente o perché sei bello, o perché mi fai ridere, per me sono tutte cazzate che non centrano il cuore della questione.
Non ci si innamora di qualcuno perché.
I sentimentologi dicono che l’amore scatta quando qualcuno corrisponde ai nostri bisogni. Balle.
Anche il mio frigorifero risponde ai miei bisogni, ma non lo bacerei mai per questo.
 
Innamorarsi è una visione. E’ un’immagine che compare tutta insieme, come un tutto intero e perfetto. Amare è tentare di realizzare quell’immagine.
Innamorarsi è come fare un progetto. Butti giù lo schizzo, l’idea incandescente, sulla carta. Ed è la parte più divertente.
Amare è caricarsi i sacchi di cemento sulla schiena e dar forma a quell’idea. Ci vuole tempo, fatica, dedizione, e sperare di stare costruendo in una zona poco sismica.
Il problema è che quando un amore hai finito di costruirlo devi decidere se abitarlo, e questa è un’altra faccenda.
C’è gente che si diverte a costruire solo per poi buttare giù tutto, per dire. E ricomnciare da capo. Un po’ come i mandala dei monaci buddisti.
Per chi se lo chiedesse, questo post non significa niente, non ha alcuna aderenza alla (mia) realtà.
Ed è sconclusionato e incoerente e lo lascio apposta così.
Sono solo cose che mi sono venute in mente.
La prossima volta magari mi viene in mente una variante della ricetta del coniglio alla cacciatora e siamo più contenti tutti.
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martedì, 27 gennaio 2009

Rallegratevi.

Perché vuol dire che non sto un cazzo bene.

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sabato, 26 luglio 2008
E’ un periodo difficile, ma in fondo è quasi Agosto. E gli agosti son sempre problematici.
Quando Dio (o Bramha, o Allah, o Silvio Berlusconi) creò il mondo, i mesi erano undici. Ma undici era un numero un po’ del cazzo. Non si potevano fare le quattro stagioni – e che fai, tre da tre mesi e una da due? – le vacanze estive duravano troppo poco, non c’era più la mezza stagione e Natale arrivava sempre troppo presto.
Fu così che Dio (o Bramha, o Allah, o Silvio Berlusconi) creò il mese di Agosto. E le colonne sulle autostrade, e le partenze intelligenti, e il Ferragosto, e le città deserte, e le trasmissioni rai estive, e la cicala che comincia tutti gli anni a gracchiare, esattamente fuori dalla mia camera da letto, il 1 di Agosto e finisce il 31 – che poi le cicale non vivevano un giorno solo? Bah.
Comunque.
Ho ripreso lavorare, e ciò è buona cosa.
L’organizzazione delle mie giornate si regge su degli equilibri talmente sottili che basta un refolo di vento per mandarla a rotoli.
Il mio giardino pulllula (pullula?) di zanzare tigre. E pure qualche zanza ippopotamo, credo
Somiglio sempre di più a Jeff Bridges ne “Il grande Lebowski”.
E, meraviglia assoluta, non me ne frega assolutamente un cazzo, ma sarà che è quasi Agosto.
Solo che oggi ho fatto una promessa: ho sei mesi di tempo per (ri)fisicarmi per partecipare a un film nella parte di uno che muore (non sto scherzando).
E’ che quello che muore dev’essere muscoloso.
Sì lo so.
Ma ho deciso che soffrirò in silenzio per i prossimi sei mesi perché mi piace da morire il messaggio che lancia questo film:
“SE SEI MUSCOLOSO MUORI”.
 
Devo parteciparvi, capitemi.
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domenica, 08 giugno 2008
Che vabbé le crisi creative, ma una roba del genere non m’era mai successa.
Cioè, sono fermo, impantanato ma di brutto. Forse perché il mio subconscio sa.
Sa che per contravvenire completamente a quanto scritto nel post precedente a questo ci ho impiegato solamente giorni DUE.
Ovvero: ho accettato un lavoro con consegna in tempi strettissimi mandando completamente in culo tutta la prima settimana non facendo assolutamente un cazzo. Roba che non appena mi sedevo al tavolo iniziava a ronzarmi in testa il monosuono della fine delle trasmissioni rai UUUUUUUUUUUU, avete presente, no? E ora devo consegnare questo lavoro in tempi ultrastrettissimi, roba che manco mandrake.
Ovviamente, una delle ragioni per le quali ho accettato è che era la classica proposta alla quale non si poteva dire di no, perché i treni passano una sola volta eccetera.
Ma ora, che mi ritrovo qui di Domenica e mi son alzato alle otto ed è esattamente dalle otto che non riesco a combinare assolutamente niente, mi chiedo: esistono davvero cose alle quali NON SI PUO’ dire di no? Non sarà che certi treni che non vogliamo perdere, per la fretta e la furia di non perderli poi magari ci si infilano dritti su per il culo?
Per dire.
Oltre a questo sta succedendo una roba strana. Per la mancanza di tempo e di voglia sto da qualche tempo pubblicando parte del materiale di questo blog privato sul mio blog “ufficiale” (il contrario invece credo non succederà mai). Racconti, cose così. Forse una maniera di cortocircuitare il sistema, forse solo pigrizia così evito di scrivere qualcosa di nuovo…
E insomma è bello vedere le reazioni completamente diverse delle persone a seconda del contesto.
Soprattutto, è fantastico vedere sottovalutate cose assolutamente di pancia (di là, dico) e vedere osannate (sempre nel nostro piccolo, eh) assolute cagate, sia pur in cui abbiam messo del nostro, per carità.
Una di queste ultime, sempre per dire, mi ha fruttato un’intervista addirittura A PUNTATE su una rivista del settore, scritta da un noto giornalista.
E allora uno comincia a chiedersi se per davvero non convenga fare il cazzone tutta la vita.
 
Poi passa, vero?
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mercoledì, 21 maggio 2008
Si ricomincia.
Ho consegnato il lavoro che mi ha mangiato l’anima e un pezzo di vita fra poco si riparte con un altro. E’ la bicicletta, bellezza. L’hai voluta e adesso pedali (sia chiaro, non mi sto lamentando, eh).
Con calma, però. Stavolta organizzazione chirurgica dei tempi, si lavora per blocchi e con continuità e zero cazzate.
Per ora mi occupo dell’orto e di mia figlia e riscopro
Questo blog nel frattempo è andato un po’ in culo ed era ovvio. La mia tendenza a chiudermi quando le cose si fan dure per sul serio ha preso il sopravvento. Oltretutto discutevo giusto ieri del fatto che mi sono un po’ rotto non tanto dei blog in particolare quanto della rete in generale. Sarà una fase di rigetto o di riflusso o chessoio, ma il fatto di essere rimasto letteralmente murato in casa per gli ultimi due mesi con il computer come unica finestra sul mondo e le cose mi ha dato di che pensare.
Voglio dire, c’è vita vera là fuori. Non che questa non lo sia, intendiamoci, che ogni parola e virgola è frutto di un pensiero, di un’idea, e se uno non bara di verità ce n’è a pacchi dietro ogni sequenza di 01.
Parlo del fatto
 
Post interrotto,
riprenderò a scriverlo più tardi o forse mai.
Statemi bene, gente.
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lunedì, 14 aprile 2008
I coglioni sono una cosa strana.
Proprio quando li devi tirar fuori ti sembra di non averli.
Deludere le persone è molto facile, deludere sé stessi ancor di più. Basta non corrispondere a un’immagine, a un’idea.
All’idea di come dovresti essere, all’idea di come ti vorrebbero, all’idea di come ti vorresti tu.
La novità è che io sono questo, questo sono esattamente io.
Mi sento come un muro di pietra a secco. Se togli la pietra sbagliata il muro rischia di crollarti addosso. Ma se non ne togli nessuna non puoi aprire la finestra che ti serve per fare entrare un po’ di luce.
Sono tanto stanco e avrei voglia di piangere tutte le lacrime che mi sono perso.
Ora che sto accettando le mie debolezze, anziché far finta che non esistano, forse è arrivata l’ora.
Fuori i coglioni.
Io sono questo, questo sono io.
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sabato, 12 aprile 2008
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giovedì, 10 aprile 2008
E’ molto che non scrivo.
C’è stato un periodo in cui questo blog mi dava addirittura gioia. Non per gli apprezzamenti di qualche viandante occasionale, né perché mi ha dato modo di conoscere alcune belle persone.
Mi faceva sentire bene il fatto di scrivere, storie inventate o vere non fa(ceva) alcuna differenza, che spesso le storie di fantasia sono ipervere e la realtà irreale.
Liberatorio? Forse.
Ma non era nemmeno questo. E’ il fatto, credo, di avere visto questo spazio nascere dal niente. Di avere ciccato un giorno sulla parola “registra” di splinder, essermi creato un profilo, avere scelto una parola che mi rappresentasse più di altre. Ecco, avere fatto una scelta.
Questo posto mi dava gioia perché era frutto di una scelta. Piccola, insignificante, forse addirittura inutile. Ma mia.
Dev’essere per questo che non scrivo più.
In questo momento mi sento una persona priva di scelte.
Devo, e basta.
Ancora due settimane al massimo e ne sarò fuori.
E poi potrò sprofondare serenamente in una depressione cronica che mi attende da diecimila anni.
Maledetta metereopatia.
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venerdì, 14 marzo 2008
Questo post servirà solo a me. Voglio fare il punto per iscritto su una cosa, emersa oggi con violenza inaspettata come tutte le cose che se ne stanno chiuse a chiave a doppia mandata da qualche parte.
A detta di molti,  io passo per essere una persona imperturbabile. Forse il termine non è corretto ed è addirittura eccessivo, ma diciamo che insomma, tendenzialmente sono uno che all’apparenza può dare quest’impressione. Questa cosa ha avuto nel corso degli anni, a seconda di chi la pensava, diverse declinazioni. Dai famigliari stretti è stata elaborata in “menefreghismo”, dagli amici come “orsaggine”, da qualcun altro come la quintessenza dell’egoismo, da qualche sconsiderato addirittura come una forma molto ben celata di saggezza.
Il bello è che molti pensano che per questo motivo io sia una persona che non soffre o soffre in misura minore rispetto ai comuni mortali. La verità, è solo che non cado. Potete farmi male finché volete ma io resto in piedi. Perché c’è una parte di me, là in fondo, forgiata nel fuoco intrapsichico di una famiglia terribile come tante, che ha avuto bisogno di imparare a difendersi in fretta.
Il fatto  è che quando tutti urlano, uno che stia calmo e si sforzi di tirare le fila, ci vuole. E’ un po’ come nelle risse da ragazzini, quello che resta a prenderle c’è sempre. O per dirla in altre parole: quando sei nella merda una buona strategia per sopravvivere è far finta che la merda profumi. Fidatevi, funziona.
La cosa buffa è che sarei una persona violenta. Davvero. Cioè, intendiamoci, non ho mai fatto del male a nessuno in senso fisico, ma è solo per precisare che so che la mia vera indole è molto aggressiva, e tutto il meccanismo psichico di cui sopra, è stato probabilmente uno strumento inconscio elaborato in fretta per tenerla a bada.
Una cosa che ho imparato nel corso della vita infatti è che più le persone ti sono vicine, più possono farti del male. Bella forza, direte voi. Bene allora sentite questa. Di solito, più ti sono vicine e meno problemi si fanno a fartene. Per questo non mi sono affatto meravigliato del gesto di Rosanna (questa la capiamo in due).
La mia famiglia, dicevo. Qualche esempio per farvi capire cosa intendo. Mio padre è uno schizofrenico paranoide, ma questa definizione l’ho imparata ovviamente solo da grande. Da bambino sapevo solo che il papà poteva essere allegrissimo la mattina e poi dal pomeriggio non parlare più per settimane, ed era ovviamente vietato chiedergli il perché. Mia madre gli è sempre andata dietro al grido inespresso di “io ti salverò”, implicitamente convinta (un po’ lo è anche oggi, secondo me) che sotto sotto fosse tutta colpa sua (di lei).
Vi regalo un paio di perle per farvi capire meglio cosa intendo.
Quando avevo sedici anni mio padre mi chiese di fare l’esame del dna per scoprire se ero davvero suo figlio. E ragazzi, sapete, queste sono cose che uno fa fatica a dimenticare. Ovviamente, era tutto solo nella sua testa, dato che somaticamente siamo due fotocopie, ma altrettanto ovviamente ogni volta che un suo conoscente o chiunque sottolineava quanto fossimo uguali ciò si traduceva per lui nella conferma del suo sospetto. Tutto il mondo cospira contro di me per prendermi in giro, oppure sanno qualcosa che io non so e quindi la mia risposta sarà carte alla mano, più o meno.
Ebbene, io di fronte a una richiesta come questa che cosa potevo fare? Mi sono messo a ridere. Qualcuno attribuì la mia reazione all’incoscienza dei miei sedici anni, ma il fatto è io volevo che lui mi vedesse sereno su questo fatto – mi sono messo a ridere e poi gli ho detto va bene, andiamo pure quando vuoi – perché questo ha fatto in modo di disinnescare il meccanismo, perché lo conosco bene. E ovviamente la cosa non si è fatta.
Non ne abbiamo parlato, mai più.
Un giorno di Aprile di una vita fa ho perso in un incidente stradale la persona più cara che avessi al mondo. Mio padre, subito prima del funerale, per confortarmi pensò di dirmi queste parole:
“Se foste rimasti insieme magari non sarebbe morta.”
E’ vero papà, hai proprio ragione. E sai una cosa? Non è passato un giorno da allora senza che io mi chiedessi questa cosa. Anche per merito delle tue parole. Di ciò ti ringrazio.
 
Ma questo non è un post su mio padre, e so benissimo che c’è gente che ha vissuto tragedie ben peggiori delle mie e al cui confronto queste sono cose ridicole.
Era solo per dire che ognuno di noi ha la sua maniera di reagire al dolore. Anche ai dolori piccoli, lievi. E che se una persona non soffre come te, non è detto che non soffra come te.
E che a volte, dietro una faccia sorridente, si nasconde tutto ciò che gli altri non vogliono vedere.
“Eh, ma tu ridevi”
Ridevo per te, amico, ridevo per alleggerirti del mio dolore, non è buffo?
Una volta una persona mi ha scritto che aveva capito molto di me dal titolo del blog. Anzi dal sottotitolo. Mi ha scritto “cazzo, pensa te che rimbombo ci dev’essere là dentro…”
Un po’, alle volte, c’è.
 
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mercoledì, 12 marzo 2008

..direi che è un discreto eufemismo. E non so se la cosa più mi stimoli o mi deprima. Diciamo che per la prima volta dopo molto inizio ad avere paura sul serio. Vabbé, nessun problema, ce la faremo anche stavolta. In fondo basterà solo non dormire per un mese e cercare di non ammalarsi.

E il bello  è che dico tutto ciò col sorriso sulle labbra perché qualcosa per cui valga la pena lottare, vivaddio o chi per lui, ce l'ho.

A tempi migliori, gente.

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martedì, 05 febbraio 2008

Lo sto pagando per intero.  Costano tanto da far male, certe volte.

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martedì, 15 gennaio 2008

Con l'amico, dico.

Che però è stato onesto e mi ha detto che se dovesse votare, voterebbe lo stesso quell'altro. Apprezzo la sincerità, davvero.

Fossi in lui farei lo stesso (autostima portami via).

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lunedì, 14 gennaio 2008
In questi giorni sono in ballottaggio per un premio.
In sé è una sciocchezza intendiamoci, ma è un premio che nel settore lavorativo al quale appartengo ora è importante soprattutto tra gli addetti ai lavori. Diciamo che è una specie di minioscar o di premio campiello de noantri, per farvi capire.
Con mia somma sorpresa sono arrivato in “finale” (nelle preselezioni) eliminando gli altri colleghi e concorrenti e me la sto ora giocando contro uno che è, oggettivamente, più bravo di me e con molta più esperienza. Siamo solo io e lui.
Le votazioni per questo premio si svolgono su un forum pubblico, questo per dire:
stamattina mi sono collegato per guardare come stavo messo. A un certo punto, vedo che si collega un amico, una delle prime persone che ho conosciuto in quest’ambiente, che conosce benissimo la mia storia, e del quale ho ancora in archivio pacchi di mail attestanti la reciproca stima ecc ecc.
Ebbene, l’amico in questione me lo vedo direttamente on line che arriva sul forum e vota quell’altro.
Ve lo confesso, lì per lì ci son rimasto un po’ male. Ma come? Siamo amici e tutto e una volta che ho un’occasione tu mi remi contro?
Poi invece ci ho riflettuto un attimo, e ho pensato che una delle ragioni per le quali in Italia le cose vanno come vanno, è proprio che l’Italia non è un paese meritocratico e vanno avanti solo gli “amici”. E questo è esattamente ciò che penso e che vado predicando da sempre.
Oltretutto, come vi dicevo, l’altro è secondo me oggettivamente più bravo.
Allora cos’è che mi dà così fastidio?
Forse che so che se glielo chiedessi, all’amico, lui negherebbe fino alla morte di averlo fatto.
Forse che avrebbe potuto, semplicemente, dirmelo.
Forse che un’altra delle ragioni per le quali in Italia le cose vanno come vanno sono proprio le belle facce davanti.
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venerdì, 04 gennaio 2008
Mi sono illuso per anni che la bellezza del lavoro che sto finalmente facendo fosse l’idea di fare in qualche modo cultura. Di esprimere me stesso attraverso un segno, di veicolare o contribuire a veicolare idee o anche solo spunti o riflessioni. Infine, perché no, di intrattenere piacevolmente qualcuno.
Mi rendo invece conto solo ora, con un’evidenza che mai come oggi mi sembra così piena e vera e dolorosa, che la bellezza che cercavo è solo la possibilità di fare un lavoro da solo e senza che nessuno mi rompa i coglioni, almeno durante.
Mi sento come in certe foto che mi ritraggono da bambino. Quando tutta la famiglia è in primo piano e io piccolo, come un puntolino, là in fondo per i cazzi miei.
Magari domani non ci troverò assolutamente nulla di male ma oggi questa cosa mi fa un po’ paura e un po’ tristezza e non riesco a spiegarmi il perché.
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