Questo post servirà solo a me. Voglio fare il punto per iscritto su una cosa, emersa oggi con violenza inaspettata come tutte le cose che se ne stanno chiuse a chiave a doppia mandata da qualche parte.
A detta di molti, io passo per essere una persona imperturbabile. Forse il termine non è corretto ed è addirittura eccessivo, ma diciamo che insomma, tendenzialmente sono uno che all’apparenza può dare quest’impressione. Questa cosa ha avuto nel corso degli anni, a seconda di chi la pensava, diverse declinazioni. Dai famigliari stretti è stata elaborata in “menefreghismo”, dagli amici come “orsaggine”, da qualcun altro come la quintessenza dell’egoismo, da qualche sconsiderato addirittura come una forma molto ben celata di saggezza.
Il bello è che molti pensano che per questo motivo io sia una persona che non soffre o soffre in misura minore rispetto ai comuni mortali. La verità, è solo che non cado. Potete farmi male finché volete ma io resto in piedi. Perché c’è una parte di me, là in fondo, forgiata nel fuoco intrapsichico di una famiglia terribile come tante, che ha avuto bisogno di imparare a difendersi in fretta.
Il fatto è che quando tutti urlano, uno che stia calmo e si sforzi di tirare le fila, ci vuole. E’ un po’ come nelle risse da ragazzini, quello che resta a prenderle c’è sempre. O per dirla in altre parole: quando sei nella merda una buona strategia per sopravvivere è far finta che la merda profumi. Fidatevi, funziona.
La cosa buffa è che sarei una persona violenta. Davvero. Cioè, intendiamoci, non ho mai fatto del male a nessuno in senso fisico, ma è solo per precisare che so che la mia vera indole è molto aggressiva, e tutto il meccanismo psichico di cui sopra, è stato probabilmente uno strumento inconscio elaborato in fretta per tenerla a bada.
Una cosa che ho imparato nel corso della vita infatti è che più le persone ti sono vicine, più possono farti del male. Bella forza, direte voi. Bene allora sentite questa. Di solito, più ti sono vicine e meno problemi si fanno a fartene. Per questo non mi sono affatto meravigliato del gesto di Rosanna (questa la capiamo in due).
La mia famiglia, dicevo. Qualche esempio per farvi capire cosa intendo. Mio padre è uno schizofrenico paranoide, ma questa definizione l’ho imparata ovviamente solo da grande. Da bambino sapevo solo che il papà poteva essere allegrissimo la mattina e poi dal pomeriggio non parlare più per settimane, ed era ovviamente vietato chiedergli il perché. Mia madre gli è sempre andata dietro al grido inespresso di “io ti salverò”, implicitamente convinta (un po’ lo è anche oggi, secondo me) che sotto sotto fosse tutta colpa sua (di lei).
Vi regalo un paio di perle per farvi capire meglio cosa intendo.
Quando avevo sedici anni mio padre mi chiese di fare l’esame del dna per scoprire se ero davvero suo figlio. E ragazzi, sapete, queste sono cose che uno fa fatica a dimenticare. Ovviamente, era tutto solo nella sua testa, dato che somaticamente siamo due fotocopie, ma altrettanto ovviamente ogni volta che un suo conoscente o chiunque sottolineava quanto fossimo uguali ciò si traduceva per lui nella conferma del suo sospetto. Tutto il mondo cospira contro di me per prendermi in giro, oppure sanno qualcosa che io non so e quindi la mia risposta sarà carte alla mano, più o meno.
Ebbene, io di fronte a una richiesta come questa che cosa potevo fare? Mi sono messo a ridere. Qualcuno attribuì la mia reazione all’incoscienza dei miei sedici anni, ma il fatto è io volevo che lui mi vedesse sereno su questo fatto – mi sono messo a ridere e poi gli ho detto va bene, andiamo pure quando vuoi – perché questo ha fatto in modo di disinnescare il meccanismo, perché lo conosco bene. E ovviamente la cosa non si è fatta.
Non ne abbiamo parlato, mai più.
Un giorno di Aprile di una vita fa ho perso in un incidente stradale la persona più cara che avessi al mondo. Mio padre, subito prima del funerale, per confortarmi pensò di dirmi queste parole:
“Se foste rimasti insieme magari non sarebbe morta.”
E’ vero papà, hai proprio ragione. E sai una cosa? Non è passato un giorno da allora senza che io mi chiedessi questa cosa. Anche per merito delle tue parole. Di ciò ti ringrazio.
Ma questo non è un post su mio padre, e so benissimo che c’è gente che ha vissuto tragedie ben peggiori delle mie e al cui confronto queste sono cose ridicole.
Era solo per dire che ognuno di noi ha la sua maniera di reagire al dolore. Anche ai dolori piccoli, lievi. E che se una persona non soffre come te, non è detto che non soffra come te.
E che a volte, dietro una faccia sorridente, si nasconde tutto ciò che gli altri non vogliono vedere.
“Eh, ma tu ridevi”
Ridevo per te, amico, ridevo per alleggerirti del mio dolore, non è buffo?
Una volta una persona mi ha scritto che aveva capito molto di me dal titolo del blog. Anzi dal sottotitolo. Mi ha scritto “cazzo, pensa te che rimbombo ci dev’essere là dentro…”
Un po’, alle volte, c’è.